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Pregare in sardo a Biella Oropa

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Domenica 2 febbraio 2014, la Comunità sarda di Biella ha partecipato ad Oropa alla processione per la Festa della Candelora e alla Missa Majore, la Santa Messa solenne presieduta dal Vescovo di Biella, mons. Gabriele Mana, decorata da canti in lingua sarda, latino e italiano.

Per l’occasione, sono giunti dalla Sardegna “Su Cuncordu Planu de Murtas” di Pozzomaggiore e i suonatori di launeddas Tore Agus, Matteo Muscas e Nicola Diana, per rendere ancora più solenne il rito divino.

All’entrata in chiesa della processione, le note del “Deus ti salvet Maria” hanno accolto fedeli e pellegrini, la nutrita rappresentanza della Comunità sarda di Biella e la Confraternita di Oropa, entrambe con stendardo processionale di Santa Maria e il clero. A fianco del vescovo, il canonico rettore del santuario, don Michele Berchi, i collegiali sardi di Oropa, mons. Salvatore Pompedda e don Salvatore Brughitta.

Nel banco delle autorità, il Consigliere comunale Paolo Robazza in fascia tricolore a rappresentare il Sindaco della Città di Biella, Dino Gentile e la senatrice della Repubblica, Nicoletta Favero.

Durante l’omelia, il vescovo ha ricordato le profonde radici cristiane di cui è ricco testimone il bagaglio culturale religioso della Sardegna, giunto fino a noi anche il canto “a cuncordu”. Un legame antico e profondo con l’Isola grazie all’opera evangelizzatrice di Sant’Eusebio di Vercelli, il protovescovo di origini sarde, inviato nel IV secolo in Piemonte. Dalla sua opera missionaria discende la cristianizzazione della vasta regione subalpina affidatagli da Papa Giulio I, di cui Oropa, non solo per i Biellesi, è una delle perle più belle.

Dopo la benedizione, davanti all’antico sacello eusebiano sono stati intonati i “Gosos”, le Lodi di Oropa, dove Maria è invocata come “Mama de Oropa, consoladora”, consolatrice.

Riportiamo di seguito il video dell’evento.

Le origini della Sartiglia di Oristano

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Pubblichiamo di seguito un estratto dal libro “Una radice condivisa, la Sartiglia di Oristano” del prof. Battista Saiu Pinna, inerente le origini di una delle più amate tradizioni della Sardegna.

La tradizione vuole che, al fine di scongiurare durante il Carnevale le continue sanguinose risse che avvenivano fra arborensi e soldati aragonesi, che naturalmente erano circondati di odio da parte dei locali, pieni ancora di livore per la sconfitta subita e la libertà perduta [i quali] coglievano l’occasione del trambusto carnevalesco per accoltellare e stecchire i dominatori.

La lungimirante intuizione del canonico Dessì (1543), nel tentativo di rappacificare Sardi e Aragonesi, contribuiva alla cristianizzazione dell’Isola rimuovendo le violenze consumate durante il periodo di Carnevale.

La presenza degli odiati Aragonesi forniva “materia prima” e pretesto per il mantenimento di riti arcaici di propiziazione dell’annata agraria attraverso il sacrificio umano. Generalmente, le vittime designate venivano individuate tra i forestieri. Nel caso dell’Arborea, la cattura e l’uccisione di soldati aragonesi, responsabili della cocente sconfitta avvenuta nelle campagne di Macomer pochi decenni addietro (1478), soddisfacevano a due esigenze: propiziare la fertilità del nuovo ciclo vegetativo ed eliminare fisicamente il nemico.

Ostilità e rancore antichi, originati dalla “licentia invadendi”, la licenza di invasione, concessa nel 1297, da Papa Bonifacio VIII a Giacomo Secondo di Aragona, data in cambio di un consistente censo feudale annuo. Il pontefice dava al sovrano d’Aragona il consenso affinché quelle terre potessero essere occupate con la forza, senza tener conto delle entità statali che in quei territori già esistevano. Ventisei anni dopo, l’infante Alfonso IV costituirà per conquista (1323-1326) il Regnum Sardiniae et Corsicæ, escogitato a suo tempo dal pontefice, attraverso l’occupazione dei territori del Cagliaritano, della Gallura e di parte del Logudoro.

Ultimo dei quattro Giudicati, il Regno di Arborea resiste fino al 14 aprile 1470, quando “Leonardo de Algòn, alla testa degli Oristanesi, […] al grido di Arborea! Arborea! credeva di far rivivere l’antico «giudicato» sardo”, sbaragliando “a Uras un grosso esercito viceregio che si dirigeva a Oristano per sottometterlo”. Ma la vittoria di breve durata si tramutò in definitiva disfatta, allorché “dalla Catalogna fuorno inviati rinforzi al viceré” e il 15 maggio 1478, “i Sardi ribelli furono duramente sconfitti e molti perirono sul campo fra cui il figlio maggiore di Leonardo, Artale”.

Lo stesso Leonardo de Alagòn, imbarcatosi a Bosa alla volta di Genova, fu fatto prigioniero e condotto in Spagna dove sarebbe morto, il 3 novembre 1494, a Jativa. “Nel mentre, il marchesato di Oristano e la contea del Goceano venivano confiscati dalla Corona. La loro amministrazione fu affidata nel 1481 ad uno speciale ricevitore; dal 1560 al 1717 venne data al reggente della Reale tesoreria e, succcessivamente, all’intendente spagnolo e ai suoi delegati, fino al cambio di governo piemontese nel 1720”. I titoli di marchese di Oristano e conte del Goceano, unitamente a quello di Re di Sardegna sono stati assunti e conservati dai duchi di Savoia, principi di Piemonte “fino all’ultimo discendente anche quando divennero Re d’Italia”.

Secondo la tradizione popolare, ampiamente condivisa dagli studiosi, domenica 4 e martedì 6 febbraio, giorni di carnevale nel 1543, un certo canonico Giovanni Dessì (Leonardo in alcuni documenti), faceva correre la prima edizione della Sartiglia adottando, anche per i popolani, le nobili regole applicate nei tornei cavallereschi. La gara era vincolata ad “un legato a favore del Gremio degli Agricoltori, per il mantenimento della Sartilla e sostenere le spese per il ricco cenone da imbandirsi ai cavalieri partecipanti al giuoco”.

Calcolando a ritroso sul calendario perenne, scopriamo che l’anno dell’istituzione della Sartiglia di Oristano è stato un anno eccezionale, distinto da segni astronomici particolari. Nel 1543, la luna nuova si è formata sabato 3 febbraio, poco prima della mezzanotte e precisamente alle ore 23 e 39 minuti, accompagnata da una simultanea eclissi anulare di sole. Pasqua cadeva domenica 25 marzo, a ridosso dell’equinozio di primavera, all’epoca coincidente con il giorno di Capodanno, essendo in vigore lo “stile dell’Incarnazione”. Infatti, fino all’anno 1600 in Sardegna e nei territori della Corona di Spagna, il tempo era calcolato con questo calendario, altrimenti detto di “stile fiorentino”, rimasto in vigore a Firenze fino al 1749.

Sebbene sia andato perduto il documento originale dell’istituzione della Sartiglia, si ha certezza del generoso lascito del canonico Dessì dai registri del Gremio degli Agricoltori, in cui risulta la donazione di alcuni fondi rustici, che alimentano le rendite per finanziare la Sartiglia. Nella registrazione di una permuta, avvenuta il 14 ottobre 1883, si fa riferimento all’originario lascito del fondo “Dessì”, alienato in pari data in favore di certi Melchiorre e Raffaele Mameli, commercianti di Oristano.

Tra le condizioni poste dal generoso filantropo per godere della ricca eredità, si stabiliva che la Sartiglia dovesse essere priva dei caratteri violenti che caratterizzavano certe simili contemporanee manifestazioni, creando inoltre “un diversivo capace di strappare il popolo dalle bettole e dal vino, causa delle risse e divertirlo senza spargimento di sangue e funesti incidenti”.

In deroga alle consuetudini del tempo, che riservava tali divertimenti ai nobiluomini, alla giostra oristanese potevano partecipare a pieno titolo gli aderenti alle due Confraternite, di cui lo stesso Dessì doveva essere il delegato religioso.

Nel trattato “sui tornei”, stampato a Lione nel 1669, si stabilivano le regole da rispettare negli agoni cavallereschi. L’autore, il gesuita Claude François Menestrier, precisava che “le corse dell’oca, della gallina, del gatto, dell’agnello e dell’anguilla sono proprie del popolo e degli affiliati alle varie congregazioni, ai quali si permettono questi divertimenti in occasione del carnevale. […] esercizi che si possono consentire al popolo, ma non si dovrà tollerare che la canaglia si eserciti a correre all’anello, in quanto ciò è un esercizio proprio dei Gentiluomini e dei Cavalieri”.

Per le sue caratteristiche incruente, di origine popolare e nobili ad un tempo, alla competizione arborense prendono parte persone dei diversi ceti sociali. Per esempio, si ha notizia dell’entusiasmo dimostrato dal Principe Eugenio di Carignano il 3 marzo, giorno di martedì grasso, del 1829. Quell’anno, alla presenza di S.A.R., sessanta nobili cavalieri corsero alla stella, essendo componidori il Marchese di Milis. Nel 1938, in occasione della visita in Sardegna di Umberto di Savoia, gli Oristanesi resero omaggio al Principe indossando gli abiti festivi della Sartiglia, compresi quelli di su componidori.

Non solo, è notorio come anche le donne, tradizionalmente escluse da carnevali e tornei equestri, oggi vestite da amazzoni, in passato con abiti femminei camuffati e il viso celato dalla maschera, abbiano gareggiato e tuttora gareggino infilzando anche molte stelle.

Tratto da: Battista Saiu Pinna, “Una radice condivisa, la Sartiglia di Oristano”, Biella 2007, volume pubblicato in occasione dell’edizione biellese della “Sartiglia di Oristano” nella versione di “Sa Sartigliedda”, presieduta dal Vescovo di Biella.